Il mio nome, Cristiano Doni, forse adesso dice qualcosa: ovviamente fa pensare ad un calciatore. In realtà però, non sono stato il classico "predestinato", quel giocatore che dopo la trafila in un settore giovanile di un club importante arriva presto in prima squadra e magari, già all'esordio, fa parlare di sè. Tutt'altro. I miei genitori sono genovesi e mio padre, per motivi professionali, ha dovuto trasferirsi più volte in giro per l'Italia; io sono nato a Roma, ma all'età di tre anni mi sono trasferito con la famiglia a Verona. E' lì che sono cresciuto ed ho iniziato a coltivare la passione per il calcio. Giocavo dovunque e tutto il giorno: a scuola, in strada, nei campetti, davanti ai garage... in qualsiasi posto fosse possibile. Ho iniziato nella squadretta del quartiere e ci sono rimasto fino ai 16 anni. Mi divertivo molto e indubbiamente ero portato, ma si trattava di una piccola giovanile, la cui prima squadra militava in seconda categoria (...di meno, per intenderci, esiste solo la terza!). Mi misi in evidenza l'ultimo anno segnando una trentina di reti con gli allievi regionali; l'anno seguente mi ritrovai nella Primavera del Modena allenata da Sergio Buso. Per me, abituato fino ad allora a giocare solo per puro divertimento e con la convinzione di poter fare categorie buone, ma pur sempre dilettanti, fu un'esperienza incredibile. Due anni intensi, fondamentali per indirizzarmi verso un mondo completamente diverso: il professionismo. Non solo come percorso personale, ma anche fisicamente ero molto più indietro rispetto ai miei compagni. Mi impegnai quindi al meglio ed il secondo anno di Primavera riuscii a disputare un buon torneo. Il direttore sportivo del Rimini Calcio mi volle per la stagione seguente. Ero emozionatissimo e molto orgoglioso: il Rimini giocava in C2 e ambiva ad una promozione nella categoria superiore. Non partivo titolare, ma con il passare del tempo iniziai a prendere confidenza con una realtà nuova. Ricordo ancora bene la mia prima partita: entrai all'inizio del secondo tempo e dopo pochi minuti feci il gol che portò la vittoria per la squadra. Ero il ragazzo più felice del mondo! Alla fine dell'anno non riuscimmo a centrare la promozione ma io avevo capito qualcosa di importante: potevo diventare un calciatore. La stagione successiva scalai un'altra categoria; con la Pistoiese, in C1, feci un campionato da titolare in una squadra che, nonostante una partenza disastrosa, finì il torneo a metà classifica. All'epoca, il Modena, che militava in serie B, era ancora proprietario del mio cartellino; non pensando di potermi valorizzare, il club mi vendette per meta' al Bologna, società acquistata l'anno precedente da Gazzoni Frascara. Il Bologna era sceso in quello che chiamavano "l'inferno", la C1. Considerando il blasone e l'importanza del club, mi ritrovai in una piazza da Serie A. L'allenatore era Renzo Ulivieri, tecnico di grande esperienza e uomo con carattere e personalità molto forti. Furono indubbiamente due anni splendidi durante i quali riuscimmo ad ottenere due promozioni consecutive con l'approdo nella massima serie. Ad onor del vero il mio rapporto con l'allenatore fu un pò conflittuale: ero giovane, ma con un carattere già ben delineato e non accettavo di buon grado il suo fare da "padre-padrone". Insomma, nonostante lui sia stato molto importante per la mia crescita professionale, all'epoca non mi prendevo molto con lui. Approdati in Serie A capii che non c'era la ferma intenzione del club di puntare su di me e, forse, neanche io mi sentivo realmente pronto per un campionato così difficile. Mi volle il Brescia di Reja e la reputai una buona occasione per disputare un campionato di serie B da protagonista. Così fu, ed alla fine centrammo una sorprendente promozione nella massima serie. Feci in modo che il Bologna, ancora proprietario del mio intero cartellino, vendesse una metà al Brescia in modo da poter giocare in A con una società che aveva creduto in me. Allenatore e compagni furono determinanti nella mia scelta ma, dopo appena dieci giorni, purtroppo Reja, in forte disaccordo con la dirigenza, si dimise e tornò a casa. Da quel momento in poi, fu un susseguirsi di allenatori e problemi di ogni sorta che determinarono la retrocessione di una squadra che aveva invece buone potenzialità. Il mio, fu un anno di alti e bassi, caratterizzato anche da un infortunio grave. Alla fine della stagione volevo essere ceduto; non avevo più intenzione di giocare per quella che tutto era, tranne che una società di calcio. Era il 1998 e si fece avanti, proponendomi un contratto triennale, quella che sarebbe diventata presto la mia squadra del cuore... L'Atalanta. Mi volevano, eccome se mi volevano, tanto da soprassedere al fatto che provenissi dagli "odiati cugini". Ed io firmai. L'Atalanta era appena retrocessa, ma era un club importante ed aveva allestito una squadra competitiva, allenata dal bergamasco Mutti. La stagione non fu esaltante; purtroppo lo spogliatoio era una mezza polveriera e c'erano ancora strascichi della brutta stagione precedente. Tutto questo portò ad un sesto posto finale che voleva dire un altro anno di serie cadetta. Iniziò quindi il periodo forse più difficile della mia "storia atalantina". Partimmo per il ritiro pre-campionato di Lavarone con il nuovo allenatore, Giovanni Vavassori (appena promosso dalla Primavera nerazzurra) in un clima tutt'altro che sereno: i tifosi contestavano ed anche il sottoscritto era un pò nell'occhio del ciclone. Io però ero molto deciso a riscattarmi; lavorai duramente per cercare di assimilare al meglio il nuovo ruolo di centrocampista esterno sinistro che il "Vava" mi aveva assegnato. Le cose andarono benissimo: disputammo un grandissimo campionato e la mia fu un'ottima stagione anche sotto il profilo personale. L'Atalanta era tornata in serie A ed io acquistavo sempre maggior fiducia nei miei mezzi, tanto che l'anno seguente, altrettanto positivo, si iniziò a parlare di me in orbita Nazionale. E la chiamata arrivò la stagione successiva (2001/02) nella quale esplosi letteralmente realizzando 16 gol in 30 partite dopo una stagione strabiliante. Riuscii addirittura a segnare al mio esordio in azzurro contro il Giappone, Paese nel quale si disputarono i Campionati del Mondo ai quali partecipai da protagonista, convocato da Giovanni Trapattoni. Anche se il risultato per l'Italia non fu certo positivo, sul piano personale è stata un'esperienza meravigliosa, della quale vado ancora molto orgoglioso, soprattutto per esserci arrivato con la maglia dell'Atalanta. La stagione seguente, per quanto mi riguarda, fu una delle più brutte: feci molta fatica a trovare la condizione migliore per infortuni e problemi di vario genere, e pur realizzando 10 reti, la squadra non riuscì a raggiungere l'obbiettivo della salvezza perdendo lo spareggio finale con la Reggina. Fu un'annata maledetta e per me una grande delusione. Nonostante l'attaccamento all'ambiente, con il morale a terra, mi convinsi che si era chiuso un ciclo ed accettai l'offerta di una società che voleva puntare in alto, la Sampdoria. Il rammarico prese il sopravvento e mi trasferii a Genova, la città dei miei genitori. Una scelta rivelatasi poi l'unico grande rimpianto della mia carriera. I due anni trascorsi alla Samp furono segnati da continui infortuni, tra i quali due molto gravi alla caviglia destra che mi costrinsero ad un intervento chirurgico e ad un rendimento molto al di sotto delle aspettative. Dovevo capire se potevo continuare ad essere un giocatore di calcio. La chiamata di Hector Cuper, ex allenatore dell'Inter, al Mallorca, era l'ideale per poter recuperare fisicamente e psicologicamente senza eccessive responsabilità e senza pressioni tipiche del calcio italiano. E' stata un'esperienza importante che mi ha arricchito e permesso di capire che potevo tornare ad essere il giocatore di un tempo. Dopo una primo anno positivo, nonostante fossi partito in estate per la seconda stagione in Spagna, il mio reale obbiettivo personale era quello di riuscire a tornare; non solo in Italia, ma più precisamente a Bergamo, all'Atalanta. Appena intuito che c'era l'opportunità concreta di riuscirci, ho fatto di tutto per coronare il mio desiderio. Il 30 agosto 2006 sono finalmente tornato a casa! Il resto è storia recente; una stagione 2006/07 da ricordare, con ottavo posto e 13 reti personali in 26 presenze. Devo dire che sentivo e credevo di poter far bene ma, in tutta sincerità, io stesso mi sono un pò sorpreso del mio rendimento. Sono arrivato alla conclusione che per me questa è una maglia davvero speciale, quasi magica; forse la potrei scherzosamente avvicinare al costume che trasformava Clark Kent in Superman. Ogni volta che la indosso sento una forza ed un'energia che mi permette di fare cose che altrimenti non riuscirei mai a fare. Mi auguro proprio di poterla indossare ancora per molto tempo.... e speriamo che i suoi poteri su di me non si esauriscano mai!!!